21 dicembre 2010

magari potrebbe sembrare un pò poco natalizio...


Sono morto da qualche minuto e già mi manco.
Che stronzata.
Morire così, da un momento all’altro, facendo la coda in quest’asettico supermercato di periferia .
A pensarci bene non me ne sono nemmeno accorto…
Tutte le volte che mi era capitato di immaginare come sarebbe stato morire, mi tornava in mente la famosa leggenda della vita che in un attimo ti scorre davanti agli occhi. L’istante prolungato in cui dovrebbe vivere sapendo che, alla fine di quel film proiettato a velocità impossibile,
tutto sarà finito.
Io mi aspettavo qualcosa del genere.
Vatti a fidare degli esperti.
Come se poi ci si potesse fidare di qualcuno che ti dice :
“ Ora vi spiego cosa succede quando si muore.”
Cari esperti del settore che andate di talk show in talk show a sproloquiare sull’argomento con la vostra abbronzatura da lettino solare, non avete capito un cazzo .
Non c’è nessun film, né tanto meno documentari della National Geographic .
Ci si sente come perfettamente svegli all’interno di un'anestesia totale. Il mio corpo è immobile mentre qualcosa nella mia mente continua a svolgere un suo discutibile compito. Questa è l’assurda, irreale, imbarazzante, situazione : penso eppure sono morto.
Cogito ma non Sum.
Quante volte in questi anni ho pensato a quest’inevitabile punto d’arrivo…
Senza mai nessun timore, senza l’angoscia di chi si dispera al pensiero di una eternità che non conosce ma anche senza la capacità di fermare un pensiero a proposito.
Ora posso farlo e con un punto di vista decisamente più obiettivo.
Ora sono morto.
Sono fuori.
Espulso.
Estromesso.
Questo non è un time out.
Non è il primo tempo.
Non era una prova.
Questo è l’addio alla competizione.
Il ritiro dalle scene.
Il knock out che dichiara la fine di una carriera.
È attaccare il cuore al chiodo.
Era l’ultimo giro della pallina.
Il fondo del barattolo.
La luce che si accende in sala quando la musica finisce.
L’ultima carta del mazzo.
Il 31 dicembre.
Il rapido inabissarsi della nave inaffondabile fra il clamore d’iceberg intenti a raccogliere i frutti delle loro scommesse con le correnti.
Ora basta .
Rien ne va plus. Le jeux sont faits.
Potessi sospirare lo farei.
A mettere fine alla mia vita e a tutto ciò che vi era collegato è stato quello stronzo di psicopatico che, dopo essere entrato di corsa nel locale e aver gridato di tutto a chi gli aveva cambiato la disposizione delle scatole di corn flakes, ha cominciato a sparare sulla folla.
Forse l’ordine di quelle fottutissime scatole di sbriciolati cereali era l’unica cosa chiara che aveva nella testa.
Questo dimostra, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che ognuno di noi ha bisogno di certezze nella vita.
Rami solidi cui appendersi per non affondare nelle sabbie mobili nelle quali di tanto in tanto scivoliamo.
Il nostro amico con la pistola non aveva scelto bene il proprio ramo: mai affidarsi a dei corn flakes per uscire dalle “sabbie mobili”.
Non credo che il suo errore sia stato dettato da una cattiva conoscenza della “botanica”; più semplicemente non ha provato a tirare un po’ il ramo prima di sceglierlo.
Aveva fatto un acquisto sbagliato.
Succede quando non si controlla ciò che si acquista.
Qualsiasi cosa scegliate, da una macchina ad un marito o una moglie, accertatevi prima che funzioni e se affidate il vostro equilibrio ad un ramo controllate che non crolli al primo scossone.
Nel 1962 la nazionale di calcio del Brasile giocò la finale del campionato del mondo contro l’Uruguay nello stadio
Maracana di Rio de Janeiro. Per l’occasione tutto il paese si fermò. Non era la prima volta che il Brasile disputava una finale del campionato del mondo, non era la prima coppa che avrebbe potuto vincere.
 Difatti contro ogni previsione, perse.
Affranti dalla delusione, decine e decine di tifosi carioca si tolsero la vita.
Avevano scelto male i loro rami.
Mai affidare le proprie speranze a chi sa solo prenderle a calci !
È importante saper scegliere.
In questo senso fare acquisti in un supermercato può essere utile: perché , vedete, le etichette vi aiutano.
Non è come fare la spesa dal pizzicagnolo dove è basilare la fiducia nella singola persona e nella preferenza che costui spesso esibisce …
Lo stesso pizzicagnolo che ,di tanto in tanto, dimentica di mettere su ogni prodotto il suo sacrosanto, esplicativo, chiarificatore cartellino del prezzo.
Spesso il “ nostro strizzatore di mozzarelle vive della nostra ignoranza e della nostra incapacità o voglia di chiedere…
Al supermercato invece…
Tutti quei bei cartellini col codice, i prezzi al kg, l’importo, gli ingredienti, le scritte esaltate da un bel colore giallo o verde quando i prodotti sono in offerta!
Ah , il supermercato è proprio una gran cosa
Io ho imparato qui , al supermercato, a far compere.
Controllando tutti i miei bei cartellini e confrontandoli.
Ed è grazie all’insegnamento della spesa quotidiana che ho scelto bene il tronco che ha salvato il mio equilibrio.
Uno splendido ramo di quercia millenaria, uno di quelli da pic-nic eterni o da amache infinite: l ‘amicizia.
Un ramo che non mi ha mai deluso.
È importante saper scegliere, almeno quanto farsi scegliere.
Mia moglie un giorno mi disse:
“ Ti ho scelto perché sapevi farmi ridere.”
 Ammetto che non lo presi subito come un complimento .
Non capii o meglio, forse il mio ottuso orgoglio maschile non volle capire.
Feci uno di quei mezzi sorrisi di servizio e passai oltre…
Più avanti compresi l’imporatanza di quella sua scelta e l’avermi reso partecipe della cosa.
Fu importante sapere che non era stato il mio fascino o quello che io curavo come tale, ne tantomeno I miei interessi culturali: sapevo farla ridere!
Lei mi aveva scelto per questo e io mi ero fatto scegliere molto volentieri.
Qualcuno, non ricordo chi ma sicuramente un amico, qualche tempo dopo davanti ad una birra al doppio malto mi disse che non avrebbe mai pensato che una persona come me si sarebbe “ fatta scegliere”.
Mi disse che per lui l’uomo vero era quello  capace di prendere tutte le femmine che voleva, quello capace di imporre solo la propria volontà…
Io gli risposi che avevo amato tutte le donne che avevano scelto di prendermi e davanti alla sua faccia perplessa spiegai il mio pensiero con un esempio:
“ Vedi -– gli dissi - se io decido di bere un sorso di questa birra prendo la mia mano, la dischiudo, la porto verso il bicchiere, la chiudo intorno ad esso e lo porto alle mie labbra. Una volta che ha raggiunto la mia bocca, bevo.
Non credo che ci sia poi molta differenza fra noi uomini e questo bicchiere di birra: possiamo esprimerci solo se qualche donna decide di dissetarsi con noi.
Viviamo l’ illusione di essere cacciatori in una savana di prede ma non siamo altro che il cibo di un’astuzia superiore. Anche tu spesso hai creduto di essere il conquistatore di nuove terre, l’ inventore di nuovi meccanismi, lo scopritore di nuove sensazioni.
In realtà forse eri semplicemente stato l’oggetto usato per continuare il gioco più vecchio di questo mondo.
La possibilità di scegliere determina chi è preso e chi prende.dobbiamo semplicemente ringraziare quelle donne che ancora oggi, nonostante qualcuna di loro abbia fatto la spia, ci fanno credere di essere quello che non siamo ma che alimenta la nostra vanità. “
A questo punto lui tacque per qualche secondo, poi cambio argomento e mai più si parlò di donne.
Più facilmente si parlò di birre.












Mi sento così ridicolo da morto…
Non che da vivo non mi succedesse, anzi.
Da vivo però tante cose hanno un significato diverso.
Da vivo tutto ha un significato diverso : talmente diverso che spesso non c’interessa nemmeno conoscerlo.
Usiamo o meglio nel mio caso, usavamo la vita seguendo la prima pagina di quel libretto d’istruzioni che ci hanno consegnato al momento dell’acquisto, senza preoccuparci di tutto quello che avremmo dovuto sapere. Funzionava e questo era, per noi , sufficiente. Quando qualcuno/a veniva a chiederci qualche funzione particolare, Be’ allora, era un altro paio di maniche:
se ne valeva la pena si rispolverava il manuale e in tempo record s’imparava il richiesto.
Altrimenti si ripetevano frasi come:
“ io ho un carattere difficile …”
“ non è facile stare con una persona come me…”
“ rispetto tutti ma non cambio le mie idee…”
C’erano poi le volte in cui pur volendolo, non era possibile imparare ciò che c’era richiesto: avevamo perso il manuale.
Quelli erano I momenti nei quali tutto s’improvvisava e spesso le conseguenze erano gravose.
Le volte in cui riuscivamo ad illuderci d’essere persone diverse, splendidi nella nostra perfezione, perfetti nella capacità di diventare chi o che cosa gli altri volevano da noi. Un io virtuale che tornando a casa riponevamo in un cassetto per rivedere allo specchio le rughe delle nostre menzogne . Quante volte è successo a me?
Quante volte ho pensato di aggirare me stesso e fingermi diverso per poter essere accettato ? Per vedere se era possibile ribaltare l’ opinione della gente che mi stava attorno ma non perché non mi piacesse,semplicemente perché immobile a cospetto del mutare del tempo.
Cercherò di spiegarmi meglio:
non mi ricordo dove, un giorno lessi una frase di questo tipo:
una volta è già abitudine.
Ora nella mia immobilità ripenso a tutti coloro che avevano di me un’idea stabile, concreta , precisa.
Buona o cattiva che fosse non me ne vogliate se oggi vi dico che era sbagliata.
Io stesso non ho saputo trovare la condizione per non sentirmi in balia del vento e della polvere che mutava giorno dopo giorno i connotati della mia coscienza.
Forse è stata solo una questione di tempo.
Qualche anno in più mi sarebbe servito a fissare meglio il mio io e a conoscerlo in profondità.
Forse è questo che fanno i vecchi nel profondo del loro silenzio.








Che cosa aspettano ad arrivare la polizia, I medici, qualche decina d’ambulanze, I pompieri, la guardia medica e magari anche quella di finanza?
Per quello che ne sanno loro potrei ancora essere vivo!
Intanto lo psicolabile sta rantolando a pochi metri da me.
Ha tentato di suicidarsi dopo che,  in uno dei suoi rari momenti di lucidità, si è reso conto del casino che aveva compiuto. Si è puntato la pistola alla testa e non so com’è riuscito a mancarsi.
E dire che pochi minuti prima aveva centrato mortalmente sette­ – persone – sette, me compreso.
Forse era scarico di motivazioni…
Quanto tempo è passato da allora?
Non vedo l’orologio, né riesco a rendermene conto.
All’improvviso mi rendo conto di quanto sia inutile adesso la sensazione del tempo.
Il tempo per me è utile quanto un aspirapolvere in pieno Sahara.
Inutile come una margherita senza innamorati.
Come un calendario in un anno senza un giorno di ferie.
Come una stella caduta senza un desiderio.
Come un ideale senza un’idea.
Come questo mio corpo senza vita dal quale faccio così fatica a distaccarmi.





Mi domando quanto possa durare questo stato di lucido decesso. Non ho mai saputo attendere con molta disinvoltura e comincio a sentirmi nervoso, sempre che in queste condizioni ciò possa avere un senso.
Intanto qualcuno è arrivato. Hanno preso il tizio…
Lo conoscevano!
Aveva già tentato qualcosa del genere alcuni mesi prima in un altro supermercato della città dove forse per mancanza di armi aveva legato una dimostratrice ad uno degli scaffali e si era limitato a romperle tutti i vasetti di yogurt in offerta speciale rovesciandole addosso il contenuto
Io , insieme a tutti questi poveretti, siamo le vittime del secondo , riuscito, tentativo.
Che culo!
Stanno cominciando a visitare qualcuno di questi miei compagni di sventura .
Lo fanno un po’ a caso …con frenesia … senza un ordine preciso !
Di questo passo si occuperanno di me per  ultimo…
Merda!
In questo stronzo supermercato anche da morto mi tocca far la coda!
Non capiscono che se continuo a stare in questa posizione mi và il sangue alla testa? Ah..ah..ah..
È importante non perdere mai il senso dell’umorismo .
Aiuta a vivere meglio.
Anche a morire meglio .


Finalmente ho ricevuto l’attenzione di uno che aveva tutta l’aria di sembrare un medico. Non esattamente uno di quelli da telefilm americano che passano tutto l’episodio a smuovere tutto l’ospedale per cercare di salvare qualsiasi tipo di urgenza, no non uno di quelli…
Mi ha visto un camice blu che ha emesso insindacabilmente la seguente sentenza:
“ Questo è andato.”
Adesso sono ufficialmente morto.
Non è che sia cambiato molto per me ( è vero che sono sempre stato molto distratto ma è anche vero che di questo me ne  ero accorto..) ma per tutti gli altri, quelli vivi s’intende, certamente si.
Ora è ufficiale!
È bastato che quel deficiente posasse una sua mano guantata da un preservativo a cinque punte sul mio collo, alla vaga ricerca di qualcosa che somigliasse ad un battito cardiaco , ad un soffio di vita, qualcosa insomma.
Dopo pochi secondi di totale indifferenza si è arreso all’ idea che ciò che era rimasto del mio essere terreno probabilmente stava già compilando le pratiche per la reincarnazione.
Non mi scandalizzo, mi dispaccio solo di essere trattato come un oggetto :
“ Ehi! Là fuori, dico a voi! Qua dentro c’è ancora qualcuno! Non c’è fra di voi uno speleologo dell’anima?”.
Mi hanno adagiato vicino alla cassa “Pagamenti con carta di credito”.
Vicino a me un signore sulla settantina e il commesso del banco formaggi.
Peccato mi era simpatico…
Tutto intorno a noi c’è molta confusione.
Troppa.
Qualcuno potrebbe urlare un poco meno per cortesia!
C’è gente che sta tentando di riposare… in eterno!
Tutto intorno ora c’è un via vai di rumorosa efficienza che a questo punto della nostra inesistenza non può che darci fastidio.
Gente che corre a sinistra, gente che misura a destra, chi prende impronte, chi approfitta della confusione per arraffare un gelato al cioccolato dal pozzetto dei surgelati, fino a poco tempo prima controllato dal cadavere di una signora che era indecisa fra al zuppa del casale e il minestrone de contadino.
Faccio fatica a pensare a me come a un cadavere.
Non riesco ad abituarmi all’ idea
Come potrei d’altronde? Fino a pochi minuti fa giocavo come facevo da bambino col carrello della spesa, facendo lo slalom fra gli altri clienti, lanciandomi a tutta velocità nei corridoi lunghi tra gli scaffali per poi frenare in scivolata come si fosse sui pattini…
Potevano pensarci prima ad essere efficienti.
Qualcuno avrebbe potuto non spostare proprio i corn flakes…
Qualcuno avrebbe potuto dichiarare pericoloso per se e per gli altri il nostro amico…
 Lui ,avrebbe potuto cambiare supermercato…
Io avrei potuto rimanere ancora a letto e fare ancora una volta l’amore con la donna che ho sempre amato.
Il primo dolore che provo in questo stato è il tuo ricordo…
Com’ era quel discorso che ti feci qualche mese fa…:
“Sposarti sarebbe utile alla nostra storia come la religione cattolica lo è stata per gli indios Guaranì. Diventerebbe sicuramente immune da mille malattie ma si estinguerebbe per mancanza di foresta. Restiamo come siamo.
Semmai moriremo insieme di malaria…”
Forse hai creduto che la mia fosse mancanza di un amore profondo. Non era per questo…
Ti ho sempre amato di un amore silenzioso.
Ricordi la prima lettera che ti scrissi?
“Il silenzio è un compagno straniero.
Involontario è il mio sentimento, sconosciuto alla mia passione,necessario alla mia ragione.
Se tutto questo volere potesse esprimersi in gesti tu saresti amata per ore e ore, giorni e giorni.
Se tutto questo patire d’emozioni soppresse a fatica prendesse il volo, il cielo sarebbe coperto da palloni aerostatici che per zavorra userebbero la mia tristezza.
Desidero il tuo respiro.
Ambisco a sentire la tua pelle fremere a contatto con la mia ma su tutto questo , domina il più egoistico dei desideri :
penetrare il tuo tempo.
Esserne parte integrante , oltre il modo e lo spazio.
Viverne i contorni e le pieghe, le pause e le frementi accelerazioni.
Voglio accarezzarti i pensieri e costruirci sopra una casa/rifugio dove incontrarci quando il desiderio chiama.
Ho amato le tue parole, la tua bocca,le tue mani.
Voglio amare i tuoi sogni e i pensieri più arditi.
Alla luce di un sole sfacciato voglio delineare i confini del tuo corpo fino ad averne una mappa precisa che mi conduca con sicurezza al punto in cui scavare.
Un viaggio alla ricerca dell’amore che nascondi, il furto dei tuoi orgasmi o altrimenti dei sospiri e gemiti ma anche della tua sensibilità.
L’Azimuth e lo Zenith.
L’Anima e il Corpo.
Il Demonio e la Santità.
Ho cercato a lungo una donna che potesse racchiudere un mistero tanto profondo.
Ho cercato a lungo una donna come te.
Fra le tue braccia, nella tua bocca , sulle tue parole, con i tuoi sguardi, tra le tue mani, dentro la tua testa ho trovato un motivo per fermarmi e cominciare a cogliere.
Lascia che ciò sia possibile.”
Mi chiedesti più volte dove l’avevo presa e non tanto perché ti era piaciuta ( non me l’ hai mai detto) ma perché ti sembrava uscita da un romanzo d’appendice.
Mia dolce cucciola…
Spero che tu riesca a trovare qualcuno che ti sappia amare come fino ad oggi ho fatto io e che come me riesca a sopportare il tuo disgustoso pasticcio di verdure senza deludere i tuoi sforzi, soffrendo in dignitoso silenzio.
Mi rendo conto di essere morto senza aver messo gli antispifferi alle finestre come ti ho promesso mille volte che avrei fatto il giorno dopo, senza aver imparato ad essere più ordinato con le mie cose, senza aver fatto ,ancora una volta, l’ amore con te.
Merda…
Qualcuno dovrebbe notificarci 24 ore prima l’ avviso di  dipartita  da questo mondo. Giusto per darci il tempo di toglierci qualche frettolosa rivincita con la vita, di toglierci qualche tardiva soddisfazione , di mangiarci l’ultimo cono cioccolato e stracciatella.
Il tempo per perdere magari frettolosamente tutti quei freni inibitori che non ci permettono di produrci in chissà quante cose.
Ora che ci penso avrei voluto fare tante cose…
Volare col parapendio ad esempio, fare un corso di reiki ,
imparare a ballare il tango…
Avrei voluto imparare a ballare il tango.
Avrei voluto esprimermi con la travolgente malinconia del tango ; tempia contro tempia, sguardo contro sguardo nel rutilante mulinare delle gambe che si incrociano.
Avrei voluto perdermi nel tango.
Sciogliermi nel rito della passione nostalgica.
Non il fuoco del flamenco.
Né  l’allegria della samba.
Non avrei mai ballato il freddo ma elegante valzer viennese.
Non ho mai sopportato il liscio italiano.
Avrei voluto annegare nel profondo mare del tango argentino, la dove ogni nota di bandoneon è un porto lontano e ogni passo è una lettera non scritta all’ ultima donna amata.




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